Utopie di Bellezza

Piramide encomiastica

Artista

Davide Acquafresca

Dimensione

60cm x 30cm x1,5 cm

Supporto utilizzato

tela, carta cotone

Tecniche utilizzate

Olio su tela, carta cotone su tela, vino e aceto di vino rosso su carta cotone.

Artista

Davide Acquafresca

Dimensione

60cm x 30cm x1,5 cm

Supporto utilizzato

tela, carta cotone

Tecniche utilizzate

Olio su tela, carta cotone su tela, vino e aceto di vino rosso su carta cotone.

Concept

L’opera realizzata si basa su un tipo di miti che glorificano l’utopia, quelli encomiastici. Piramide encomiastica va a lodare gli antenati del “non luogo” prima della sua nascita. Va negata la visione filosofica del suo antenato: l’imperfezione umana e il desiderio ossessivo di tangere Dio creando un secondo paradiso. Questo antenato è un falso padre, non c’è ristoro ma malessere, si vive in una scomoda corsa verso l'impossibile. Non si gode del presente. I veri padri dell’Utopia sono lo spirito di collettività e la concezione del presente. Il luogo esiste ed ha difetti, è materia. Chi lo abita però ne gode perché lo salva e colma. È frutto dello sforzo di uno o molti per molti. Il luogo diventa eu-topos. L’opera nasce da un mito encomiastico delle Marche: l’osteria delle streghe. Questa si trova in provincia di Ancona a Pianello Vellesina, nel comune di Monte Roberto. Inizia con: C’era una volta un gentiluomo in casa, fuori l’inverno notturno. Egli, sbirciando dalle finestre notò tre fuocherelli nel buio. Curioso uscì e al loro posto apparvero tre belle fanciulle affamate che egli aiutò di buon cuore, sfamandole gentilmente con il suo poco cibo. Queste si rivelano a lui come streghe e per ringraziarlo esaudirono il suo desiderio: avere sempre vivande per ristorare i viaggiatori bisognosi. Nell’opera, i tre fuochi rappresentati lumano nella tenebra ( luogo, miseria e male), scorgono uno spazio e una tavola imbandita al sostentamento. Non è un assetto ricco e squisito ma salva gli affamati. Fuori, il lato ombreggiato della geometria è il vino figurativo della brocca che diviene materia e si affaccia al buio, resistendogli. L’ombra bassa proiettata dal solido, di aceto di vino rosso, vino stesso fermentato, si scambia alla tenebra lottando, trasmutandone la natura. Il buio diventa proiezione del collettivo, un’imperfezione raffinabile che può divenire anch’essa utopia.

Descrizione

L’artista impiega materiali semplici come supporto, non sono pregiati. I vini e l’aceto applicati alla carta cotone, le tempere ad olio su tela sono anch’essi materiali umili. Strumenti e supporto sono le fondamenta dell’opera e seppur “imperfetti”, aiutati dall’artista, ristorano la sterilità desertica di una tela vuota. Una tela che se fosse luogo sarebbe buia ed infelice e mortifera. L’opera finita è un quadro abitabile perché è l’ingresso di un luogo ristoratore e confortevole. Il processo di progettazione dell’opera è inizialmente meticoloso: Si catalogano le idee una per una, si ricerca e si studia. Dopodiché si assiste all’improvvisazione; si lavora con intelletto ma senza voler quasi vedere, costruendo e bonificando. Si da un senso ma non lo si sa di preciso. Infine, dopo l’ultimo ritocco, si uniscono i puntini, ogni processo e pensiero passato fino al presente, e si risale alla scoperta dell’opera conclusa (del non luogo ora luogo). Si diventa così suoi abitanti.